Gli attacchi a Papa Francesco con sullo sfondo la “guerra ” tra Washington e Pechino

Diwp

Mar 1, 2025 #politica, #religione

Il rinnovo dell’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei vescovi fino al 2028 si colloca in uno scenario di profonde trasformazioni geopolitiche, dove la Chiesa cattolica si trova al centro di una sfida che va ben oltre la sola diplomazia religiosa. Il contesto globale è caratterizzato da un crescente confronto tra Cina e Stati Uniti, con un’America che, soprattutto sotto l’amministrazione Trump , ha adottato una strategia di contenimento della potenza cinese. In questo scenario, la scelta del Vaticano di proseguire il dialogo con Pechino sfida le logiche di blocchi contrapposti e si pone come un’alternativa alla narrativa di scontro dominante.

La decisione di estendere l’accordo fino al 2028 non è solo una questione di nomine episcopali, ma una dichiarazione di intenti sulla direzione che la Chiesa intende prendere nei prossimi anni. Superando la scadenza del 2024, il Vaticano si assicura una continuità nel dialogo con Pechino, sottraendosi a eventuali pressioni che potrebbero intensificarsi con la nuova amministrazione americana.

L’estensione temporale dell’intesa rappresenta quindi un investimento sulla stabilità delle relazioni sino-vaticane, evitando che una politica più aggressiva degli Stati Uniti verso la Cina comprometta il delicato equilibrio raggiunto. Infatti, nel 2028 scadrà il secondo mandato del Presidente Trump con tutte le carte che verranno mischiate ancora una volta.

Da anni, Papa Francesco è bersaglio di critiche provenienti da ambienti conservatori, in particolare da quelli statunitensi ed italiani legati ad essi, che vedono il suo approccio al dialogo con la Cina come un cedimento alla dittatura comunista. Tuttavia, dietro questa narrazione si cela una battaglia ben più ampia, che mira a delegittimare il Papa non solo per le sue posizioni sulla Cina, ma anche per il suo impegno su questioni sociali, ambientali e migratorie, spesso in contrasto con l’agenda della destra americana.

In particolare, gruppi conservatori e tradizionalisti cattolici negli Stati Uniti hanno visto nell’apertura alla Cina un tradimento della lotta contro le ideologie che considerano ostili al cristianesimo. Alcuni settori ecclesiastici, vicini a movimenti nazionalisti e populisti, hanno strumentalizzato l’Accordo sino-vaticano per attaccare il Pontefice, accusandolo di compromesso con il regime cinese e di minare la testimonianza cattolica nel mondo. Tra i critici più accesi vi sono esponenti della cosiddetta “Chiesa parallela” americana, che oppongono resistenza alle riforme di Papa Francesco e che hanno trovato alleati tra i politici statunitensi che sostengono una politica di duro confronto con Pechino.

Questi attacchi non sono casuali: il pontificato di Francesco ha cercato di sottrarre la Chiesa a una logica di schieramenti geopolitici, promuovendo una visione universale che non si piega alle strategie delle potenze mondiali. Il Papa ha ribadito più volte che il cristianesimo non può essere strumentalizzato per fini politici o ideologici, una posizione che lo ha reso inviso a quei gruppi che vedono la religione come un’arma nelle guerre culturali dell’Occidente contro l’Oriente.

Il rinnovo dell’accordo con la Cina è un segnale chiaro che la Santa Sede intende mantenere un ruolo autonomo nel panorama internazionale, senza lasciarsi strumentalizzare da logiche geopolitiche. La Chiesa cattolica in Cina è da decenni al centro di tensioni tra il governo di Pechino, che vuole controllare le comunità religiose, e il Vaticano, che cerca di garantire la libertà di culto e la piena comunione dei fedeli con il Papa. Il nuovo accordo mira a rafforzare il processo di regolarizzazione dei vescovi cinesi, riducendo le divisioni interne alla comunità cattolica cinese e offrendo ai fedeli maggiori garanzie di riconoscimento ufficiale.

Tuttavia, le difficoltà non mancano. La politica cinese di “sinizzazione” della religione mira a rendere le fedi più conformi ai valori del socialismo di Stato, mentre il Vaticano cerca di mantenere l’identità cattolica senza che questa venga assorbita da logiche nazionaliste. Il rischio di una Chiesa controllata dallo Stato è reale, ma il Papa e la diplomazia vaticana ritengono che il dialogo sia la strada migliore per preservare la presenza cattolica in Cina e garantire la sopravvivenza della comunità ecclesiale nel lungo periodo.

Il rinnovo dell’Accordo sino-vaticano fino al 2028 rappresenta una scelta strategica che sfida la narrativa della guerra fredda tra Occidente e Oriente. Papa Francesco si oppone a una visione della Chiesa schierata nelle dinamiche di potenza globali e sceglie invece una via di mediazione e dialogo. Questo approccio, tuttavia, lo rende vulnerabile agli attacchi di chi vorrebbe un Vaticano più allineato alla politica occidentale e agli interessi strategici degli Stati Uniti.

La posta in gioco non è solo il futuro della Chiesa in Cina, ma il ruolo stesso della Santa Sede come attore indipendente negli equilibri globali. Il dialogo con Pechino non è un segno di debolezza, ma un’espressione della missione evangelica della Chiesa, che non può essere sacrificata sull’altare delle strategie geopolitiche. Il Papa e la diplomazia vaticana non devono e non possono subordinare la loro azione alle manovre delle grandi potenze, poiché la loro priorità resta il bene della comunità cattolica nel mondo.

L’Accordo sino-vaticano, quindi, non deve essere letto come un’adesione al sistema cinese, né come una sfida all’Occidente, ma come un tentativo concreto di garantire la sopravvivenza della Chiesa in una delle aree più complesse del mondo. In un periodo di forti tensioni internazionali, il Vaticano ribadisce che la fede non può essere subordinata agli interessi delle potenze mondiali e che la Chiesa, pur tra difficoltà e critiche, deve sempre perseguire la via del dialogo e della pace.

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